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Olivieri Claudio

Claudio Olivieri nacque a Roma nel 1934, viene considerato tra i maggiori esponenti della Pittura analitica. Trasferitosi prima a Mantova poi a Milano, nella seconda metà degli anni Cinquanta si dedicò alla stratificazione di colore sulla superficie, lontano però sia dalle cupezze tonali e anche esistenziali dei pittori informali. Il suo primo dipinto è datato 1959, intitolato “Senza Titolo”.

Su questo tenore tenne la sua prima personale (con Enrico Della Torre) alla British School di Londra nel 1959, mentre a gennaio del 1960 espose da solo al Salone Annunciata di Milano. Ma all’avvio degli anni Sessanta, la materia si trasformò in colore e l’interesse si spostò sulla luce come possibilità che filtra sulla superficie. Il suo colore tendeva in questi anni a frammentarsi in segni, e a metà del decennio l’identità tra oggetto-colore e superficie diventò preponderante, per l’artista lo spazio è un flusso incamminato in tutte le direzioni, unito e contemporaneo alle cose –oggetti– frammenti che porta con sé. Del resto, Olivieri fu fin dall’inizio prolifico sul piano teorico, riflettendo anche sulla geometria, rileggendola alla luce delle moderne teorie scientifiche e rifuggendone i richiami più facili: la forma geometrica non poteva avere valore in quanto tale e non poteva che essere rifiutata se imposta come “dogma” di una presunta attenzione al processo pittorico; la linea diventava un «sopruso» se si illudeva di contenere la pittura. Le libertà dello spazio affascinavano Claudio Olivieri tanto da spingerlo verso le sculture di fine anni Sessanta, dove i segni dalla tela si trasformavano in filamenti di nylon e alluminio colorato. Nel 1970 si compì la maturazione segnalata da Diagonale-spazio, dipinto in cui i segni sono erano ridotti a sottili tracce su campiture di colori luminosi. La fase segnica era terminata e della preponderanza materica degli anni Cinquanta rimaneva poco o nulla, per lo meno per l’osservatore frettoloso: l’opera restava tuttavia composta di sovrapposizioni di strati visibili solo con adeguata concentrazione. Negli anni Settanta la tavolozza di Olivieri si scurì in un cromatismo cupo che lavorava sul limite minimo della percezione, quello scuro anziché quello chiaro preferito da altri compagni di strada. Tuttavia mescolando il colore ad olio a trementina e cera vergine, e distribuendolo in stratificazioni successive con la pistola a spruzzo, Oliveri ottenne sfumature irrealizzabili col pennello che conferivano una propria luminosità al quadro. La difficoltà dell’osservatore nell’individuare un “primo piano” lo invitava a entrare con lo sguardo in profondità, creando un’interazione tra opera e spettatore. Fin dalla metà anni Settanta, per Olivieri l’autonomia della pittura era testimoniata dall’identità tra struttura e processo. Erano gli anni di Geplante Malerei, della successiva personale al Westfälischer Kunstverein di Münster, gli anni delle “Cromie”, “Tautocromie” o “Autocromie” a testimoniare fin dal titolo l’autonomia dell’opera. Alla fine di quel decennio, ormai svincolato dalle classificazioni e dai gruppi cui aveva sempre guardato con occhio critico, Claudio Olivieri proseguì sulla strada intrapresa, lavorando, come lavora anche oggi, sulla luce e sul colore, mantenendo però presente l’importanza dell’identità tra struttura e processo anche all’interno della superficie.

Partecipa alle Biennali di Venezia negli anni 1966 e 1986, nel 1980 e nel 1990 con una sala personale. I suoi quadri sono stati esposti inoltre alla Quadriennale di Roma nel 1973, a Documenta 6 nel 1977 e in numerose Gallerie sia in Italia che all’estero.

Tra le personali più recenti ricordiamo quella a Palazzo Sarcinelli di Conegliano Veneto (2001) e alla Galleria Poleschi di Lucca (2009), ma va ricordato segnalato che Claudio Olivieri è stato anche sempre anche attivo sul piano dell’insegnamento: dal 1993 al 2011 ha mantenuto la cattedra di Pittura e di Arti Visive presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, città in cui vive e lavora, ed è membro dell’Accademia Nazionale di San Luca.