Rupert Shrive


Ho conosciuto Rupert Shrive qualche anno fa a Soho. Quella strana isola di Londra era teoricamente consacrata al divertimento, ma ogni notte assisteva a una comi-tragedia di distruzione e, soprattutto, di autodistruzione.

Alla luce di ogni nuovo giorno, i canali di scolo di Soho venivano rigenerati. Così come, a fine giornata, i cumuli di foglie di cavolo e frutta marcia del Berwick Market erano ammassati al suolo e gettati sui carretti, al sorgere del sole il manto notturno dei canali di scolo, fatto di giornali appallottolati, bicchieri di carta spaccati, pacchetti di sigarette, scarpe spaiate, cibo da asporto rovesciato, capi di vestiario macchiati, borsette di tanto in tanto rubate, coperte di barboni, foglie di platano – l’intero spargimento di rifiuti casuali –  scompariva una via dopo l’altra, lasciando solo il granito lucido del marciapiede e l’asfalto umido della strada spianato sul ciglio dalla ramazza dello spazzino fino a formare uno letto striato di fango sottile e ghiaietto di quarzo che rifletteva il sole basso. I frequentatori del Coach and Horses o del Colony Room Club non avevano mai un aspetto altrettanto fresco alla luce del giorno.

Rupert Shrive ha studiato alla St. Martin School of Art, a due passi da Old Compton Street, congestionata arteria del traffico umano di Soho. Per vari anni ha dipinto in uno studio sopra il Coach and Horses, in un angolo da cui poteva dominare, come un piccione, lo spettacolo del flusso quotidiano del ciarpame di strada.

Screwed-up Heads (Teste Distorte)  rappresenta uno sviluppo dei suoi precedenti esperimenti di disposizione, distruzione, sconvolgimento e anagrammatizzazione.

Un Mondrian distorto è una contraddizione in termini, poiché l’osservatore umano ricostruisce interiormente l’originaria regolarità di cui serba il ricordo. Un volto distorto è più  sconcertante. E’ più difficile discernere i labili confini che separano una raffinata cortigiana da un’avvizzita prostituta. I denti di  un teschio si spaccano quando la superficie su cui è raffigurato viene spiegazzata.

Benvenuto Cellini vide nel fuoco una salamandra viva. La nostra non è una generazione solida, abbastanza forte da render conto della stranezza del mondo. Non fissiamo il fuoco e non vediamo salamandre, né  i volti che vi videro i nostri nonni. Il fuoco non lo guardiamo affatto, né vediamo di notte le stelle. Piuttosto ci abbandoniamo, ipnotizzati, ai sogni a rapido movimento oculare della televisione. Incartati in aeroplani sigillati, ci teniamo a distanza dai mari, avventurandoci di rado nel tumulto delle onde. Inscatolati nelle automobili, ci teniamo lontani dallo scotimento dei rami di un bosco flagellato dalla tempesta. La visione del canale di scolo è il massimo cui possiamo aspirare. Lì c’è l’intera vita umana che attende di essere ricreata.

Christopher Howse

(Daily Telegraph)

 

   

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