Michele Cavaliere: la sostenibile leggerezza dell’arte
Con buona pace di ogni più maniaco bibliofilo, alla faccia dei più accaniti partigiani di un concettualismo spietato, Michele Cavaliere dispiega i suoi lavori con estrema semplicità su singole pagine di libri. Che diventano mondi indipendenti, dove i vocaboli contano nella direzione meno ovvia. Rubate all’insieme, sottratte alla narrazione, le parole si spogliano del loro ruolo all’interno del racconto per andare ad occupare luoghi più lontani, spazi imprevisti dove esercitare il loro potere in un modo tutto nuovo. Sono i luoghi di Cavaliere: aperture improvvise entro cui le immagini precipitano vorticosamente, si perdono per poi ritrovarsi poco più in là, dove meno te le aspetti. Il gioco, perché di gioco si tratta benché del più serio dei giochi, è tutto nello scollamento e nel cortocircuito che l’artista attiva e riattiva tra l’immagine mentale e quella sulla carta, tra il senso di una parola e quello di un’immagine.
Nulla inizia per lui con un foglio bianco. Per Cavaliere tutto è già lì a correre, scorrere e moltiplicarsi sotto i suoi occhi, davanti e tutto intorno a lui. Il compito che gli resta è quello, affatto semplice, di cercare e poi afferrare quel brandello, seppur minimo, da cui sia possibile, in qualche disperato ma persino spassosissimo modo, iniziare a dipanare la storia del mondo. A costo di ricominciare ogni volta di nuovo e con tutta la consapevolezza dell’inesauribilità del compito. Così, quelli che erano i segmenti di narrazioni letterarie, fantasie altrui già lungamente diffuse e codificate, diventano le unità di partenza di un lavoro tutto nuovo, che da quelle narrazioni, col rispetto che è proprio della totale libertà, si permette di prescindere. Al contempo, il vibrare delle parole sulla pagina – sfondo magmatico già di per sé intriso di senso e di mondo – persegue il suo compito magico e, seguendo un meccanismo casuale quanto fortuito, suggerisce all’artista nuove insperate rotte. Un brandello di frase, una singola parola, diventano per lui dettagli preziosi, appigli mentali da cui lasciarsi guidare verso nuove costruzioni. Sono le parole, con tutto il loro versatile e mai replicabile bagaglio di immagini che le seguono, il fondo cui attinge il lavoro di Cavaliere. Se ogni artista sa di iniziare il suo lavoro da un confronto con la realtà, una percezione vissuta in modo improvviso, così Cavaliere si pone verso gli atomi che gli sono offerti, alla stregua di piccoli oggetti inesauribili, dal testo che scorre sulla pagina. Come qualcuno che guardi dalla finestra cercando l’ispirazione nella particolarità di un colpo d’occhio inaspettato, così il lavoro di Cavaliere si apre a partire dalle immagini che si nascondono dietro il testo, sotto di esso: negli spazi bianchi tra le parole e in quell’insieme di cose che è poi tutto, fuorché il testo stesso. E l’artista aspetta che proprio da questa parte di non detto, non letto e non visibile, salti fuori quella suggestione, quella sola e unica, che laggiù può andare ad incarnarsi. E la segue, lasciando rimbalzare il senso della parola su quello dell’immagine. E viceversa.
La sua è la formazione del disegnatore più classico e appassionato, quello che ricorda di non aver mai avuto passatempo migliore di una penna e un foglio bianco. Vignettista, illustratore e fumettista di professione, Michele Cavaliere ricorda bene una delle prime lezioni ricevute nel settore: identificare il proprio interlocutore e sulla sua lunghezza d’onda sintonizzarsi. In caso contrario, la pena più crudele, il destino più infelice: il non essere capiti, il lanciare un messaggio vuoto, autoreferenziale e privo di effetti.
Di questa trasparenza e immediatezza Michele Cavaliere ha fatto più che una bandiera ed uno stile. Animato dalla strenua convinzione che si possa – e si debba – sempre trovare un modo semplice per dire anche la più complessa delle cose, cerca di raggiungere, anche nelle idee, quella fluidità che caratterizza il suo segno, con l’obiettivo di lasciar scivolare con delicatezza ogni cosa, per quanto tagliente o spigolosa, nella semplicità di una curva leggera e nella sinuosità del suo movimento. Non c’è settore di pubblico a cui il suo lavoro non si rivolga, così come non c’è sezione di mondo che lui non prenda in considerazione. In una sorta di fame di comunicazione totale, dove lo sfogo personale cede volentieri il passo ad una espressione universale, l’artista triestino si muove a 360 gradi, disegnando, disegnando e ancora disegnando in un’inesausta esplorazione. Il gusto è quello spietato e scanzonato del vignettista; lo sguardo quello ispirato e ingenuo dell’artista. Attuando in modo elastico, ambiguo ed efficace tanto un potere caricaturale (che trasfigura la realtà per presentarne solo i lati ipertrofici) quanto uno da ritrattista (che invece alla realtà guarda con l’intento di riproporla fedelmente), Cavaliere mira a restituirci piccoli frammenti di mondo nei quali, come sui frammenti di testo da cui parte, lasciar precipitare tutta la nostra complessità per ritrovarci nella nostra più fresca linearità. E di essa, magari, con un poco di fortuna, persino stupirci. Il risultato è, infatti, un insieme tanto semplice e piano da finire con l’essere disarmante eppure tanto stratificato da non arrivare mai ad esaurire il proprio senso. Qui convivono senza conflitti la risata di pancia, il sorriso complice, quello commosso e persino quello rassegnato: tra sfumature agrodolci dai colori sempre allegri.
E proprio questa forma di allegria che tuttavia, e nonostante tutto, continua a pervadere ogni lavoro è un’altra delle cifre di Michele Cavaliere. Un’allegria che è sì spensieratezza ma anche profondità di prospettive, una sorta di gaiezza svincolata da qualsiasi motivo esteriore ma che tende, non certo senza impegno, a un ottimismo finale. Qualcosa che, se non scontato e proprio perché non scontato, merita di essere coltivato, curato e trasmesso. Perché proprio nella comunicazione, trasmissione e condivisione Cavaliere rintraccia potenzialità persino etiche, fatte di possibilità di miglioramento, rinnovamento e crescita costante. Ed è in questi movimenti perfettivi, per lui sempre possibili, che egli vede alcune delle possibilità più pratiche e concrete perché quel sorriso cui sempre tende possa aprirsi nel modo più completo e soddisfacente.
Il supporto fisico di ogni pagina di libro, così come quello mentale di ogni brandello di testo che egli estrapola, diventano, nelle sue mani, strumenti nuovi, cose nuove e sensi nuovi. Il recupero, metaforico quanto reale, equivale per lui alla possibilità sempre presente di trovare e donare nuova vita, a qualsiasi cosa e qualsiasi idea. Perché nulla muoia ma, in quella condivisione che è propria dell’arte come delle più grandi sensibilità, tutto possa muoversi, cambiare o almeno mostrare sempre nuovi lati, nuovi sensi e nuove identità.
Cecilia Antolini
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