IL CALEIDOSCOPIO DI NEW YORK
New York non è una città, è un universo fatto di segni, di rumori e di suoni, è uno schermo attraversato da ombre, da figure che passano rapide, da lampi di dettagli. Per gli amanti della fotografia, poi, questo universo si trasforma in un castello incantato: qui stava la galleria “291” di Alfred Stieglitz, da questo punto Lisette Model fotografava ad altezza di marciapiede i passanti, forse proprio in questo angolo di Central Park Diane Arbus ha colto il bambino con la bomba a mano giocattolo, chissà quale era il vicolo dove Henri Cartier-Bresson ha ripreso l’uomo solitario seduto davanti a un gatto o quali erano le strade percorse da Weegee per raccontare l’insidiosa città che pulsava nel cuore della notte. Ogni fotografo che osservi New York è destinato a fare i conti con questa storia importante ma si sente contemporaneamente attratto da questo palcoscenico dove molta vita è passata ma molta deve ancora accedere. Anche Matteo Gastel in un primo momento si è sentito abbagliato da tutto ciò e per questo, prima di scattare ha preferito osservare a lungo e farsi avvolgere dalle emozioni: abituato a realizzare immagini di moda lineari e precise, in questa sua ricerca ha percorso una strada molto differente.
In queste sue immagini i piani si scompongono e ricompongono seguendo una logica che ignora volutamente la sequenza temporale, la logica formale, i criteri rigorosi della geometria perché ciò che conta per il fotografo non è restituire una visone realisticamente precisa ma creare una sorta di flusso iconico fatto di imperfezioni, distonie, contraddizioni cromatiche e formali proprie della memoria.
Da qui nasce l’idea di realizzare immagini finali composite, nate dal far collassare su uno stesso piano tre fotografie scelte fra quelle che ben potevano fondersi fra di loro in una sovrapposizione dove lo stesso ruolo lo svolgono la casualità e il rigore metodologico, l’attenzione ponderata e l’improvviso scatto intuitivo. Questa operazione è assai complessa perché implica la ricerca di un’armonia interna dotata di un equilibrio che bisogna saper mantenere: talvolta un elemento sembra prevalere sugli altri, come nel caso del palo che regge la segnaletica ma accoglie nella stessa misura l’ombra di un ramo e la geometria di un palazzo, più spesso è difficile comprendere da quale immagine provengano le strisce verticali e quelle oblique che scandiscono lo spazio di un’altra immagine che ci induce ad osservare, proprio al centro, la sagoma lontana di un aereo. Le linee essenziali dei grattacieli non puntano solo verso il cielo ma si riflettono rimbalzando sui altre superfici fino a creare ponti immaginifici, forme concave e convesse, torri improbabili in una fusione di stili che accosta, allontana, gioca di rimbalzo ma continua incredibilmente a mantenere una sua particolarissima riconoscibilità. Capita così di riconoscere l’architettura classica della facciata della Central Station che emerge decisa in mezzo a un inseguirsi di linee geometriche che attraversano le nubi di un cielo che si confonde con la terra in un effetto complessivo che ha qualcosa della magia del caleidoscopio.
Ma quello che maggiormente colpisce in queste fotografie di Matteo Gastel è la qualità sorprendente delle stampe ottenute con tecniche particolarmente raffinate che permettono di conservare una caratteristica fondamentale, quella della profondità grazie alla quale l’occhio non si sofferma solo sulla superficie ma recupera la prospettiva spingendosi fino a cogliere quell’”oltre” cui il fotografo allude. Ma il bagliore metallico di queste stampe che mutano a seconda che ci si sposti con variare dell’incidenza della luce ha anche un sapore antico: c’è qualcosa che rimanda agli antichi dagherrotipi, alla loro cangiante superficie, al loro brillio metallico. O forse è New York che ci ricorda ancora una volta che anche allora, agli albori della fotografia, più che una città era un palcoscenico che si offriva a chi voleva catturarne le mille sfaccettature visive.
Roberto Mutti
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